E il segno sei tu, Ines

Io sono sua madre.
E prima ancora di stringerla, qualcuno ha stretto me.
Non aveva ali.
Le ali sono per chi vuole farsi vedere.
Lui no.
Lui le teneva piegate, blu, nascoste come un dolore antico, come una promessa che non osa mostrarsi.
Preferiva gli angoli, le travi polverose, i posti dove la luce arriva solo se insiste. Aveva addosso un odore di case sopravvissute, di mani che hanno cucito troppo e che, quando smettono, lasciano nell’aria un vuoto che sembra un richiamo.
Io lo sentivo senza vederlo.
Era fatto di ossa leggere e di un silenzio che non chiedeva niente, un silenzio che mi guardava come si guarda una porta socchiusa: con la certezza che dietro qualcosa respira e aspetta.
Non parlava davvero.
Era più un pensiero che si appoggia, un soffio che mi attraversa e mi lascia addosso l’odore di ciò che non so spiegare: basilico, brioches, e un po’ di futuro.
Non mi ha salvata.
Non era il tipo.
Mi ha solo mostrato la strada come fanno certe presenze che non restano mai troppo vicine per non spaventarti, ma nemmeno troppo lontane per non perderti.
Ed io l’ho seguito senza sapere di farlo, come si segue una voce che non è una voce, come si segue qualcuno che non si nomina mai per non romperlo.
Lui c’era quando il mondo si è inclinato, quando il mio corpo era una corda tesa, quando la vita e la morte giocavano a braccio di ferro sul mio petto e sul suo. C’era quando il profumo impossibile ha riempito la stanza come un segreto che si rivela solo a chi ha già sofferto abbastanza da riconoscerlo.
E c’era ancora prima, in un gesto antico, in un filo lasciato a metà, in una mano che aveva cucito più destini che stoffe e che, senza esserci più, aveva già preparato il punto da cui saremmo nate entrambe.
E c’è ancora, ogni volta che qualcuno mi guarda piano, con quella cura che non osa toccarmi, come se sapesse che sono stata cucita due volte: una dalla paura, una dall’amore.
E da quella volta, per ricordarmi che certe presenze non se ne vanno, ho tatuato una piuma sul braccio: non per bellezza, ma per memoria. Perché quando la pelle dimentica, il segno resta. E il segno sei tu, Ines.

Silvia Rosa

Bianco e nero

La pioggia cade come un vecchio film in bianco e nero:
grana spessa,
luce che vibra,
strada che si lascia attraversare senza fare domande.
Ogni goccia è un fotogramma che si sviluppa da solo,
un riflesso che non pretende di essere capito.
La strada respira piano.
L’asfalto bagnato diventa uno specchio lungo,
uno di quelli che non restituiscono un volto ma un’andatura,
un ritmo, un modo di stare al mondo.
La semplicità disarma più della pioggia: non c’è niente da interpretare,
solo da attraversare.
La vita scorre ai lati come comparse sfocate: ombre che passano,
ombre che restano, ombre che non sanno di essere state guardate.
Le luci dei lampioni si allargano in cerchi tremanti, come se il mondo avesse deciso di parlare solo attraverso l’acqua. E in mezzo a tutto questo,
la strada continua a offrire la sua verità più umile: che non serve un volto per raccontare una storia,
basta il rumore dei passi,
la pioggia che cade,
e quella semplicità che non chiede niente ma dice tutto.

Silvia Rosa

❤️❤️❤️

La gente è strana quando soffre: apre finestre al freddo, parla ai gatti, sistema cuscini come fossero talismani. Ognuno inventa un modo per non rompersi: chi profuma la casa di torte, chi lucida i vetri per far entrare più sole, chi trattiene il tremito nelle tasche.
E poi ci sono quelli che sorridono per non far rumore col dolore. Io li guardo con la cura che si deve alla porcellana: li sfioro, li lascio respirare. E mentre tutto questo accade, io guardo un pollo che guarda un arcobaleno e un supereroe.
E capisco che a volte i supereroi non hanno mantelli: arrivano piccoli, luminosi, e se ne vanno troppo presto, lasciando nel cielo un colore che non si spegne.

Silvia Rosa

Dentro di me, un luogo senza porte

Passo lieve, come una foglia che non vuole disturbare il vento.
Mi muovo tra le cose con passo inclinato, ascoltando più di quanto dica, sentendo più di quanto mostri.
Dentro di me c’è un luogo che non ha porte: una stanza bianca dove i pensieri arrivano in punta di piedi e si siedono accanto a me senza chiedere nulla.
Gli altri li tratto come cose preziose: li sfioro, li proteggo, li raccolgo quando tremano, come se fossero fragili più di me.
E intanto io mi trascuro, come se fossi fatta di ferro, come se non potessi incrinarmi mai. A volte mi fermo a guardare il mondo come si guarda un acquario: tutto scorre, tutto brilla, e io resto lì, con la fronte appoggiata al vetro, a decifrare movimenti che non mi appartengono e che pure mi toccano. Ho malinconie che fanno male, tenerezze che non chiedono nome, mentre fuori dalla finestra guardo l’erba tra le pietre.

Silvia Rosa

Tempo regalato senza contare

C’è chi fa,
e lo fa piano,
come si sistema una coperta
sulle spalle di qualcuno che dorme.

Gesti che non chiedono applausi,
che non fanno rumore,
che sanno di mani calde
e di tempo regalato senza contare.

E poi c’è chi passa,
raccoglie quel silenzio
come fosse un frutto maturo
e dice: “L’ho colto io”.
La vita, a volte,
ha un modo strano di distribuire i meriti.

Eppure
anche quando le maschere coprono i volti,
quando le parole si fanno pesanti,
quando la giustizia sembra un filo sottile
le farfalle continuano a volare.

Volano dietro le maschere,
dietro i sorrisi stanchi,
dietro le cose non dette.
Volano perché la bellezza
non chiede permesso,
e la gentilezza,
quella vera,
non smette mai di battere le ali.Silvia Rosa

Per abitudine

La rosa guarda il cielo.
Non per nostalgia,
ma per abitudine alle cose troppo grandi.

Intanto registra ciò che accade:
una formica che cambia idea tre volte,
un filo d’erba che non sa stare dritto,
un rumore lontano che non la riguarda,
un petalo stanco che decide di lasciarsi andare,
un raggio di sole che arriva senza preavviso,
un granello di polvere che si crede eterno,
due passi umani che non sanno dove mettere il peso.

Noi, che siamo fragili
e ci ostiniamo a chiamarlo destino,
la guardiamo come si guarda
chi non ha bisogno di essere guardato.

La rosa non risponde.
Non consola.
Non spiega.

Si limita a stare,
con la sua piccola certezza vegetale:
che tutto passa,
che tutto resta un momento,
che il cielo è lontano
ma non abbastanza da impedirle di guardarlo.

E forse è questo che voleva dirci:
che la bellezza non salva,
però accompagna.

E che noi, mortali,
siamo solo un’altra voce
nell’elenco delle cose
che il mondo lascia andare
senza smettere di amare.

Silvia Rosa

Bianco

Bianco
Il fiore bianco accoglie la luce come un dono inatteso, la trattiene con una gratitudine silenziosa, quasi timida. Attorno a lui si muove un mondo minuscolo che sembra fragile e prezioso: una formica che esita, un granello di polvere che si accende per un istante, un soffio che sfiora e poi scompare.
Io lo guardo e sento qualcosa muoversi dentro, come se la sua semplice esistenza sapesse toccare una parte di me che avevo lasciato in disparte. Lui non ricambia lo sguardo, ma non importa: il suo compito è fiorire, il mio è sentire.
E quando per un attimo smetto di correre dietro ai significati, ci incontriamo in quel punto segreto dove la vita si fa lieve, e basta un niente per ricordarmi che sono viva.
Silvia Rosa

Cielo che attende

Il cielo non ha fretta,
tiene il fiato come chi teme di disturbare un pensiero in formazione.

Le nuvole, invece, si esercitano nell’arte dell’improbabile: si allungano in schiene di animali mai nati, si incurvano in code che non hanno padrone, si aprono in occhi che non cercano nulla se non il passare.

Sono sogni che hanno preso corpo solo per un istante, giusto il tempo di ricordarci che anche ciò che non esiste può lasciare un’orma.

E il cielo li lascia fare, li osserva con la pazienza di chi sa che ogni metamorfosi è una forma di gentilezza.

Forse aspetta noi, o forse aspetta solo che il mondo si accorga di quanto sia lieve tutto ciò che sembra immenso.

Silvia Rosa

Verde madre speranza

Scivola nell’aria come un richiamo che non ha voce, un soffio che torna quando il cuore si fa più lento.

Oggi una ragazza cammina verso il suo sì, e il suo passo è così pieno di luce che sembra portare con sé tutte le albe che qualcuno non ha più potuto vedere.

Il suo vestito sfiora il mondo e il mondo si illumina, come se riconoscesse una promessa antica.

Io resto un attimo ferma, in quel punto dove il respiro si stringe e poi si apre, perché c’è una presenza sottile che non si vede ma accompagna ogni gesto, come una mano che non tocca eppure sostiene.

Non ha nome, non ha corpo, ma è qui: nel modo in cui la luce cade, nel modo in cui la figlia sorride, nel modo in cui il giorno sembra più grande.

E mentre lei avanza, io sento che qualcosa dentro di me si riallinea, come se il dolore trovasse finalmente un posto dove riposare.
Mi attraversa come un raggio obliquo, e capisco che certe presenze non finiscono: cambiano forma, diventano aria, diventano forza.

E oggi, in questo giorno che brilla,
io
con tutte le mie ferite e tutta la mia speranza
cammino accanto alla luce che resta.

Lei era sua madre.
La ragazza è sua figlia.
Per forza.
Non può essere altrimenti.

Silvia Rosa

Né piuma né fondale

La laguna
ha imparato a brillare in silenzio.
Non chiede attenzione,
eppure ogni suo riflesso
sembra ricordare
che la calma non è assenza,
ma un modo diverso di restare.

Un cigno la attraversa
con la grazia di chi non deve dimostrare nulla.
Il suo bianco non promette salvezze,
ma apre un varco:
un chiarore minimo,
sufficiente a far respirare il pensiero.

E io,
che forse non sono né piuma né fondale,
mi fermo a guardare.
La malinconia resta,
ma diventa trasparente
quando un cigno passa
e l’acqua, per un attimo,
sembra ricordarsi
come si fa a brillare.

Silvia Rosa